Imperi delle steppe - Claudio Bonvecchio Stampa
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Giovedì 29 Ottobre 2009 09:08

A.A. V. V., Imperi delle steppe - Da Attila a Ungern Khan
prefazione di Franco Cardini
Centro Studi  “Vox Populi”, Pergine, Valsugana, 2008
pp. 291, € 19.


Molto meritoriamente, il Centro Studi “Vox Populi” ha voluto riunire in un volume importanti (ed interessanti ) interventi su due temi di grande rilievo – e tra loro strettamente interconnessi – quale il rapporto Asia-Europa, per un verso, e il “destino” dell’Asia, per un altro. Va da sé che si tratta di problemi storici di vecchia (se non di vecchissima) data, ma che il recente venir meno del regime sovietico e la dilagante globalizzazione hanno riportato alla ribalta: con inusitata rilevanza. Anzi, è come se – smentendo (anche se non ce n’era bisogno) le facilonerie storiche di Francis Fukuyama – la storia riprendesse il suo corso: a partire da quel lontano momento in cui, con la distruzione del grande Impero dello Zar, tutto si era come fermato. O meglio, impantanato in una quantità di micro-situazioni politiche tutte in lotta fra loro.

Ad esse era seguita la pluridecennale cloformizzazione e l’imbalsamazione politico-mentale ad opera di due crudeli regimi super-ideologizzati quali il comunismo bolscevico ed il cino-comunismo. Ora – di nuovo – parole come Mongolia, Siberia, Tibet, Cina, Ossetia e così via risuonano nei circuiti internazionali, suscitando attenzione e preoccupazione, unite anche a curiosità e a attese: come avveniva nel passato. Basta solo pensare alle immense ricchezze, ai grandi problemi ed alle nascoste aspirazioni che questi paesi – e molti altri, ancora, di quel lontano scacchiere – detengono, nutrono ed alimentano. Due esempi – tra i tanti – lo mostrano: quello della “Nuova” Russia imperiale di Putin e quello della Cina post-maoista che, da sola, detiene una quota rilevantissima del debito pubblico americano.

A questo proposito, nessuno avrebbe mai pensato che l’antico Impero Cinese – negletto, sfruttato. umiliato e trascurato dalle potenze occidentali – sarebbe arrivato oggi, con una impensabile nemesi storica, a dettare leggi nell’economia mondiale e a preoccupare le Cancellerie delle grandi potenze occidentali. O che – con il ritorno degli antichi nomi e dell’aquila bicipite – avrebbe acquisito nuova voce l’imperialismo slavofilo e pan-ortodosso della Vecchia Russa Zarista. Il che se riaccende antichi (e, per altro, mai sopiti) timori rilancia, anche, la “scommessa” dei rapporti Europa-Asia, nonché il ruolo mediatore della Russia.

Gli antichi timori sono l’inarrestabile capacità espansiva, economica e numerica, del continente asiatico. La scommessa è come l’Europa sarà in grado di interagire con l’Asia nell’ambito degli equilibri planetari.

La mediazione, invece, investe da vicino il ruolo della “nuova Russia” che sta recuperando – a passi da gigante – quello spazio politico che sembrava, definitivamente, perduto con la fine del potere bolscevico. Ma tutto ciò provoca pure un “effetto di ritorno” sull’Europa, il cui “nanismo” politico – per servirsi della bella espressione di Cardini (Prefazione, p. 15) – la costringe a “traccheggiare” continuamente, facendola permanere in uno stato di “amletismo” filo-americano che la rende non costruttrice di nuovi e importanti equilibri geo-politici, ma succube di un sinistro destino di decadenza.

Ovviamente, questa linea di tendenza che si spera possa “virare” al più presto, pone non pochi interrogativi e altrettanti spunti di riflessione a cui la storia antica e recente – da sempre”magistra vitae” – può fornire valide risposte.

E' ciò che si propone questo volume che analizza, con precisione, rigore e puntualità, i controversi, storici, rapporti tra questi due poli – Oriente ed Occidente – opposti, ma complementari: oltre che geograficamente contigui.

Lo fa con uno spettro amplissimo di interventi di alto profilo: lo si è  già detto. Essi, nel mentre sottolineano l’eroica magnificenza storico-letteraria della vocazione imperiale orientale (come fa Visintainer con la sua analisi epigrafica turco-mongola) o la sua capacità di generare grandi e sagaci conquistatori come Nâder Šâh (ne parla il saggio di Andrea Forti) o Zanabazar (è l’oggetto del saggio di Erdenesukh Purev) mette in rilievo – e lo fa Aldo Ferrari analizzandone, approfonditamente, la storiografia – il complesso rapporto tra i mongoli e la Russia: la mediatrice, per eccellenza, tra Asia ed Occidente, tra Asia e Europa. In questo contesto, non poteva ovviamente mancare il riferimento ad Attila ed ai suoi Unni: considerati l’espressione, per eccellenza, di ogni disordine ed associati ai biblici popoli distruttori di Gog e Magog.

Ne esce però – ed Andrea Marcigliano è assolutamente magistrale nella sua lettura – una immagine diversa da quella consueta. Attila – di certo un sovrano assoluto alla maniera orientale – aveva una profonda attenzione per l’Europa, il suo mondo e le sue tradizioni. Attenzione ricambiata da quel grande generale romano che era Ezio che vedeva negli Unni la possibilità di una rivitalizzazione dell’esausta romanità imperiale. Quello che non è avvenuto, purtroppo, allora – Marcigliano non lo scrive ma lo pensa, con ragione – potrebbe avvenire oggi nella prospettiva di una grande ed imperiale Eurasia. Certo è una ipotesi fantastica, ma questa ipotesi fantastica – in realtà – è stata pensata a lungo sia sull’onda della speranza di reciproche conversioni religiose sia di potenti alleanze strategiche: come rileva il saggio di Luca Mantelli.

Ma soprattutto è stato pensata nell’ambito di una profonda ammirazione – ancorché venata da un nascosto timore – per le virtù guerriere asiatiche e per la loro misteriosa e sciamanica spiritualità (il riferimento è all’interessante ed appropriato saggio di Gregorio Bardini sulla trance sciamanica e la musica). E qui d’obbligo è il riferimento all’affascinante mondo guerriero, nobile, crudele e spirituale insieme dei cosacchi: un mondo che il regime zarista e neppure l’orribile potere comunista con il suo delirante positivismo sono stati in grado di domare e piegare. Perché lo spirito cosacco – come quello dell’Asia – è indomabile e pronto, sotto la guida dei suoi Atamani, a combattere ieri come oggi in nome della propria libertà, delle proprie tradizioni e della propria patria.

Come appare nel saggio di Salvatore Santangelo che sottolinea l’incapacità europea a comprendere questo spirito. D’altronde, è pressoché impossibile per un’Europa infiacchita e smidollata comprendere lo spirito cosacco quando non riesce più a comprendere quello dei suoi antichi cavalieri la cui similitudine – pur nell’ovvia e radicale differenza – con i cosacchi era ed è rilevantissima.

Sulla lunghezza d’ordine di questa similitudine, è un assoluto pregio di questo volume aver rievocato e ricordato la straordinaria figure del Barone Román Fiodórovic von Ungern-Sternberg all’occidentale o Ungern Khan, all’orientale. Su Román Fiodórovic von Ungern-Sternberg da tempo è sceso l’oblio della storia. Agli europei di oggi – quelli, per intenderci, che per viltà e paura chiamano  le missioni di guerra con il termine “politicamente corretto” di “missioni di pace” – un personaggio come Ungern Khan non piace: è scomodo. Anzi è scandaloso, quindi imparlabile.

Invece, bisogna parlarne e parlarne proprio adesso. Perché Ungern non era altro che un soldato: o meglio un soldato coraggioso, duro sino alla crudeltà al bisogno (ma chi ha mai detto che la guerra è una passeggiata), spietato con chi lo meritava, idealista sino ad essere sognatore ma realista sino al sacrificio. Era un uomo che pensava “chiaro” e parlava “chiaro”. Daniele Lazzi lo ha definito, giustamente, un mistico. Ed ha ragione, in quanto Ungern viveva una sua spiritualità – estrema, da crociato – priva di mediazioni e mezzi termini: al limite della pazzia. In essa, la “divina mania” per la lotta si sposava all’idea fissa (ma non differente da quella del generale romano Ezio) di fondere la virile spiritualità mongola con quanto restava della razza (in senso spirituale, ovviamente) cavalleresca europea. Era la speranza di dar vita – dopo il devastante crollo di ogni certezza seguita alla Grande Guerra – ad un mondo nuovo: da cui potesse sorgere una nuova civiltà e, con essa, una nuova umanità.

Ed in questo – a voler ben riflettere – Ungern Khan non differiva dai sogni nascosti di Spengler e dalle profetiche visioni di Jünger. Soltanto li voleva calare nella realtà, anche contro la realtà stessa: anche a prezzo di negare la realtà stessa. E questo a differenza – e lo fa capire bene Federico Prizzi – di tanti capi militari come Kolc’ak, Semenov e molti altri ancora: tutti interessati a spartirsi le briciole del frantumato impero zarista, quando non interessati che al denaro e al potere. Per questo – e non già per le elucubrazioni, spesso fumose, di Ossendowski – Ungern Khan è entrato nella Leggenda: come tutti coloro che impegnano una lotta all’ultimo sangue contro il mondo, senza sapere se vinceranno o perderanno la partita.

Certo, Ungern ha perso la partita, ma ha vinto la sua guerra: come capita a tutti i grandi eroi. Ha perso la partita ma ha voluto essere fucilato: per vincere la guerra. Infatti, è morto esattamente come sarebbero morti i suoi fantasiosi – così, almeno, li definisce il suo “intellettuale” discendente – antenati, i cavalieri livoni e teutonici, sanzionando con l’estremo sacrificio (che, tra l’altro, avrebbe potuto evitare) il suo progetto e togliendolo così alla storia per consegnarlo al mito: come ci spiega Tessaro de Weth. Ed ha ragione.

Ma il suo sacrificio – e lo rileva, con straordinario acume, quel grande intellettuale ed eroico soldato che è Pio Filippani-Ronconi –  era l’atto che ricollegava, idealmente, Ungern al “proprio principio metafisico”: al proprio centro interiore. A quel “Re del Mondo” di cui scriverà Guénon, facendone il simbolo di una superiore realtà in cui il soldato ed il sacerdote si uniscono in un uomo nuovo e totale: l’uomo del passato che rappresenta il futuro, l’uomo delle steppe che è una cosa sola con l’europeo in una geopolitica spirituale dell’onore, del valore e del coraggio.

Ed è quella geopolitica in cui Asia ed Europa sono una cosa sola. Román Fiodórovic von Ungern-Sternberg – con tutte le sue umane contraddizioni – ha lottato per quest’uomo e per questa geopolitica e per entrambe è giusto onorarlo, ricordarlo e prenderlo ad esempio. Ma è altrettanto giusto, nel suo nome, tenere alta la bandiera di una Eurasia in cui cavalieri e cosacchi uniti rendano viva la speranza – o forse ancora solo un sogno – di Ezio e di Attila: quello di un nuovo grande Impero del domani, facendo del destino dell’Asia quello dell’Europa. E viceversa.

Claudio Bonvecchio

Ultimo aggiornamento Giovedì 29 Ottobre 2009 09:12