Patrizia Gandini Stampa
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Lunedì 12 Ottobre 2009 17:44

BIOGRAFIA
Diplomata nel 1980 all’Istituto Statale d’Arte di Trento, partecipa a molte collettive e realizza mostre personali in ambito regionale e nazionale.

La sua natura propensa a conoscere e a scoprire mondi diversi, la porta, dall’uso dei colori acrilici a sperimentare nuove tecniche come la serigrafia e l’incisione di lastre di rame, zinco e ottone. Tecniche che stimoleranno l’evoluzione del suo linguaggio che, dal figurativo, si avvicinerà sempre più all’informale. Di questa fase pittorica V.Grimaldi parla di lei:..”Liberarsi della costrizione all’immagine, o di quella parte residuale di essa che le era rimasta incollata ai pennelli, è stato per Gandini liberatorio come una confessione, un pianto, un urlo.

Libera di volare sopra se stessa e di buttarsi, senza reti protettive, in una ricognizione interiore che divenisse diario e racconto, esternazione e rifugio, passione avvolgente e nicchia intellettuale”….Successivamente si avvicina al mondo della ceramica e ceramica raku, quest’ultima risalente al 16° secolo e legata alla filosofia Zen, con sculture luminose dai vetri colorati inseriti nel corpo scultoreo delle lampade e all’oggettistica con grafie primitive ai ritmi ed ai frammenti cromatici incastonati nella forma pura. P.Gandini resta ancorata, anche nella scultura alla essenzialità della materia, alla sua fisicità trasposta, resa quasi in uno sviluppo di energia drammatica, sequenza di vita e di “ludus permanente”. Continua nel suo lavoro affascinata sempre più dal rito creativo della ceramica raku. Porta avanti questa sua passione quotidianamente, nella sua casa di Pergine Valsugana

BIBLIOGRAFIA

1985 L’antigrazioso alla 9 Colonne, 12 settembre
1985 Sigma, Excursus dell’immagine, maggio
1993 Fiorenzo Degasperi, Arte e Artisti, 7 ottobre
1993 Antonio Cossu, il lungo dolore di Bethger, dai Versi alle Arti Figurative, maggio-agosto
1994 Riccarda Turrina, Ritratti d’Artista, 27 agosto
1995 Fiporenzo Degasperi, Nelle opere di Gandini la poetica del frammento, 1 novembre
1996 Valcanover Giovanna, Esplosione premiata al concorso nazionale, 7 novembre
1997 Un bis per Arterlago, 29 ottobre
2001 Valerio Grimaldi, Oltre l’informale nelle stanze della memoria, luglio
2001 Valcanover Giovanna, All’isola di Ischia, mostra di Patrizia Gandini
2001 Quotidiano Roma, A Forio le ceramiche “raku” della Gandini, ottobre
2001 Antonio Cossu, Il cerchio e le linee, “Le iniziative di PROMART”
2002 NOTIZIE PERGINESI, “La montagna nelle opere degli artisti Perginesi” settembre
2004 G.Orsingher e F.Sandri, Catalogo opere B.I.M. Brenta, giugno
2005 NOTIZIE PERGINESI, Gruppo Alunni delle Muse, febbraio

ESPOSIZIONI E PREMI
1985 Bologna, Brescia, Trento, Galleria 9 Colonne
1986 Pergine V. (TN), Sala Majer
1991 Pergine V. (TN), Sala Filanda
1993 Trento, Sala della Tromba
1993 Iglesias (CA), Foresteria Monteponi
1995 Trento, Galleria Quadri Arte
1996 Cordigliano Veneto (VI), “5° Premio nazionale di Grafica e 8° Premio di Pittura”
1997 Terlago (TN), Centro Culturale
1998 Cembra (TN), Palazzo Barbi
1999 Levico (TN), premio “Logo per il 100° di Fondazione della Cassa Rurale di Levico Terme”
2001 Forio (NA), Galleria del Monte
2002 Pergine V. (TN), Sala Majer “La montagna”
2004 Borgo V. (TN), Consorzio B.I.M. Brenta
2005 Trento, Palazzo Trentini, Gruppo Alunni delle Muse
2006 Andalo, Sala Civica Comune di Andalo

OLTRE L'INFORMALE
di Valerio Grimaldi - comparso su Vox Populi n.° 12

Oltre l’informale nelle stanze della memoria L’urgenza di Patrizia Gandini di calarsi “in situazione” le ha fatto presto abbandonare i territori di una scabra figurazione al limite dell’immaginifico surreale e del segniamo automatico di un Lam o di un Matta per buttarsi a capofitto nella turbinosa materia del vortice informale. Un informale come diario dell’esistenza-negata o confermata nelle sue coordinate di liberatoria rivelazione- e del necessario e conseguente cortocircuito interiore, in stand by permanente,
mette in crisi le certezze della ragione.

Saltando, infatti, gli equilibri preconfezionati e il figurare analitico di certe icone giovanili l’artista ha iniziato a collegaresgomitolando canali percettivi ed emozionali- l’avventura visiva con l’avventura psichica, ha fissato vitalismi inconsci, segmenti esistenziali, paesaggi dell’anima: una interiorità, in sintesi, comunicata attraverso un metalinguaggio di segni, di strappi, di frammentazioni, di colore esaltante o incupito e luttuoso, di improvvise voragini e vertigini di cieli improbabili. Inizia, per Patrizia, nei primi anni ’90, una ricerca analitica del come omologarsi sul piano estetico della contemporanea esigenza di una comunicazione interiore necessaria e imprescindibile. Il suo “vissuto” è il termine di paragone e di progetto ma il meccanicismo automatico di segno e gesto che sortisce in prima battuta se da una parte rompe con il rifiuto iconografico preesistente, non chiude il cerchio della emperatura emotiva, non trasmette ancora la necessaria tensione, non dipinge il reperto o l’ambiguità autobiografica.

Rileggendosi l’artista procede così, in rapida successione, oltre l’informale usando la “scrittura informale” per cucirsela addosso, perché diventi significante del suo groviglio di donna e di artista, per creare un logo estetico permanente che la rappresenti e, nel contempo, la identifichi, per dare forma a quei sommovimenti interiori fatti di dubbi, di paure, di cadute e di entusiasmi, di passioni e di inquieti estraneamenti: stanze della memoria e ansia di esistenza da portare sulla tela e sulla tavola seguendo il sottile fil rouge del vivere comunque. E’ una immersione avvolgente che parte dal cuore della terra per dilatarsi in un fluire di pensieri trasposti, nel volo verso l’infinito. E’ il nocciolo dei sobbalzi emotivi che inizia un nuovo viaggio nella materia incandescente dell’ego o nei cieli inquietanti del razionale emotivo.

Sono gli strati geologici depositati dell’essere nella sua evoluzione e trasformazione quelli che Patrizia Gandini comincia a tradurre esplorando crepe e anfratti interiori, sciabolando colori, segnando e ferendo superfici, evocando ombre,feticci notturni, solitudini di azzurro, nervature di bianchi feriti, lacerazioni di rossi infuocati. Liberarsi dalla costrizione all’immagine, o di quella parte residuale di essa che le era rimasta incollata ai pennelli, è stato per Patrizia Gandini liberatorio come una confessione, un pianto, un urlo. Libera di volare sopra se stessa e di buttarsi senza reti protettive in una ricognizione interiore che divenisse diario e racconto, esternazione e rifugio, passione avvolgente e nicchia intellettuale, l’artista trentina ha trovato il suo filo di Arianna per uscire dal labirinto delle troppe pulsioni che le mordevano dentro. Veniva così parzialmente estinguendosi l’urgenza di portare alla luce l’inconscio soggettivo.

Raccontare e non raccontarsi per sistematizzare, ordinare, ripulire, raffreddare, decontaminare le acque torbide di esiti esistenziali, di impulsi aggressivi, di scarti improvvisi. Oggi se i colori restano gli stessi come, del resto, l’altra costante di una gestualità nervosa e intenzionale, è una aggiornata compostezza che pare stabilizzare le opere recenti. In esse si riscontra una nuova struttura mentale diapproccio con ritmi e movimento inediti rispetto al recente passato: sono rimossi alcuni furori cromatici, filtrati gli addensamenti e le implosioni di astratto naturalistico, segmentate ed irrobustite le tracce segniche, rarefatti i passionali addensamenti della materia.

In questa maturità raggiunta Patrizia Gandini entra ed è presente, a tutto tondo, in quella “scuola di Pergine Valsugana” che ha in un Maestro quale Aldo Caron la sua polarità storica ed estetica, scuola significativa e di grande interesse che pervicacemente sembra smentire quello che Jaffé definì “il non contemporaneo nel contemporaneo”. Questo covo di artisti Trentini, noti ed emergenti, conferma il grande ritorno italiano alla stagione informale, all’affrancamento dalla immagine virtuale, al progressivo discostarsi da un discorsivo, spurio riferimento ai media ed alla loro fabbrica seriale di reale contraffatto.

Una presenza non marginale quella di Patrizia nel gruppo, e vale la pena di sottolinearlo, non femminile. Annotavo, di recente, come materia e materiali visivi contemporanei abbiano spazzato via definitivamente il concetto di arte “al femminile”. In effetti dalla multimedialità del virtuale alla pittura-pittura, dalla nuova immaginazione fotografica sino alla rilettura di quelle linee della unicità tanto care a Lara Vinca Masini, la donna artista produce oggi arte senza alcuna sudditanza né estetica né creativa.

Un esempio tattile e chiaramente percepibile di questa nuova autonomia della Gandini artista è immediatamente visibile nelle sculture e negli oggetti in ceramica raku: un rito creativo dai gesti antichi a mezza strada tra una iniziazione al fuoco ed una gestualità millenaria importata dal lontano oriente. Recuperare ed estrarre dall’oggetto, anche quotidiano, gli elementi lirici e poetici, farne tracimare il senso pulito della forma, dei volumi nel libero moto dello spazio e dare,insieme, nuovi spessori e nuovi incantesimi alla preziosa materia della ceramica. Dalle identità cangianti dei vetri colorati inseriti nel corpo scultoreo delle lampade alla successione e segmentazione degli spazi, da alcune grafie primitive ai ritmi ed ai frammenti cromatici incastonati nella forma pura, Patrizia Gandini resta ancorata, anche nella scultura, alla essenzialità della materia, alla sua fisicità trasposta resa,quasi in uno sviluppo di energia drammatica, sequenza di vita e di “ludus” permanente.

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 12 Ottobre 2009 17:58