Al G20 ennesimo nulla di fatto Stampa
Scritto da Daniele Lazzeri   
Sabato 01 Gennaio 2011 12:35

La conclusione del vertice dei Venti Grandi del pianeta a Seul, ha registrato l’ennesimo nulla di fatto. Le dichiarazioni finali dell’incontro rimangono improntate alla vaghezza, così come le decisioni sono vacue e non risolutive.
L’accordo al termine della riunione del G20 in Corea, infatti, si è di fatto limitato a ratificare quanto già deciso durante l’incontro dei ministri finanziari di tre settimane fa.


L’unico risultato positivo ha riguardato l’approvazione delle nuove regole globali sul sistema bancario e finanziario per evitare future crisi sistemiche. L’insieme delle norme, varate dal Financial Stability Board, guidato dal Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, dovranno tuttavia essere trasformate in legge dai singoli Paesi e ciò comporterà un’ulteriore fase di incertezza ed un rinvio della exit strategy.
Per il resto, il G20 ha rinviato al primo semestre del 2011 la soluzione degli attuali squilibri globali e ha, definitivamente, accantonato la singolare proposta statunitense di fissare un tetto pari al 4% del Pil agli avanzi e disavanzi delle bilance commerciali.
Quelle uscite dal vertice sono esclusivamente dichiarazioni di intenti che sottolineano come i cambi dovranno essere rappresentativi dei fondamentali delle economie, rivolgendo un invito ad impegnare i governi nell’evitare nuove svalutazioni competitive, manipolando il corso delle proprie monete come ha, sinora, fatto la Cina. Ma un monito è stato rivolto anche agli Stati Uniti, in quanto detentori della valuta di riserva per definizione. Il dollaro dovrà, infatti, evitare di percorrere strade rischiose, aumentando la sua volatilità sui mercati, come recentemente accaduto dopo le decisioni di politica monetaria intraprese dalla Federal Reserve.


Milton Friedman, fondatore della Scuola monetarista di Chicago, aveva una pessima considerazione della Fed, la banca centrale statunitense, tanto da ritenere che “Nessuna istituzione americana ha avuto una simile performance negativa per un periodo così lungo, eppure una reputazione pubblica così alta”. Il paradosso sottolineato da Friedman è tanto più vero in questi ultimi anni, durante i quali la credibilità internazionale della Fed sembra essersi progressivamente incrinata.


Ben Bernanke, il Governatore dell’istituto di emissione americano, è stato sinora coccolato dai giornali economici di tutto il mondo ed è ascoltato consigliere del Presidente degli Usa, Barack Obama e dei salotti buoni dell’alta finanza internazionale. Ma mai come in questo periodo, la sua azione di contrasto alla crisi economica globale è stata messa in discussione. La sua formazione ed i suoi studi sugli errori commessi dalla banca centrale statunitense durante la crisi del Ventinove sono ora un banco di prova cruciale per “Helicopter Ben”. Questo soprannome gli venne appioppato dalla stampa internazionale dopo un famoso discorso del 2002, quando dichiarò che per sconfiggere il rischio di una pericolosa deflazione, l’unico rimedio è quello di “usare la politica monetaria e fiscale in tutti i modi necessari a sostenere la spesa aggregata” anche a costo di stampare denaro e distribuirlo – come sostenuto proprio da Milton Friedman – con un elicottero.


L’unico effetto sinora ottenuto da una tale politica è semplicemente quello di aver gonfiato in modo fittizio il valore delle azioni. Scarsa è, infatti, la ricaduta reale sull’economia. La valanga di dollari immessi anche di recente dalla Fed è finito nei caveau delle banche e non nelle “braghe del popolo” come avrebbero sostenuto i padri fondatori degli Stati Uniti d’America.

Ultimo aggiornamento Sabato 01 Gennaio 2011 12:45