La strana crisi Stampa
Scritto da Daniele Lazzeri   
Venerdì 20 Novembre 2009 19:24

Non c’è alcun dubbio che l’attuale situazione di crisi sia davvero strana. O forse che, a tratti, non paia nemmeno una vera crisi. Si passa, infatti, dall’euforia natalizia all’insegna del “nulla è cambiato” al canto della cicala dello “spendi-fin-che-puoi” prima dell’arrivo degli anni di vacche magre. In questo tourbillon massmediatico sono coinvolti operatori economici di tutti i settori produttivi, consumatori e risparmiatori che non si sono ancora fatti un’idea certa di quanto sta accadendo. Da un lato i timori della recessione in arrivo vengono quotidianamente sparati sulla folla dai mezzi di comunicazione, dall’altro lato gli effetti diretti di tale situazione tardano ad essere percepiti concretamente, spingendo all’errata convinzione che, tutto sommato, gli anni a venire non saranno diversi da altri difficili momenti già vissuti nel passato e quindi, grazie agli strumenti messi in campo da banche centrali e governi nazionali in tutto il mondo, sarà possibile uscirne a breve, limitando i danni.

In effetti questa crisi è proprio “strana” e rappresenta un evento nuovo e drammatico al quale non siamo preparati. Non si tratta, infatti, di un ciclo negativo già visto in passato ma della crisi del sistema stesso. Siamo dunque giunti a quel collo d’imbuto del quale si parla da vent’anni sia in ambienti “non ortodossi” sia nei ristretti club della finanza internazionale. Da un lato la tanto sbandierata globalizzazione ha impresso un’accelerazione innaturale e forzata all’apertura dei mercati internazionali a causa delle direttive emanate dalla World Trade Organization. La WTO, infatti, ha promosso a partire dagli anni Novanta la liberalizzazione del commercio di merci e incentivato il massiccio spostamento delle catene di produzione dai distretti industriali occidentali ai Paesi dell’est Europa e dell’Asia, incrementando il livello di sfruttamento economico dei paesi in via di sviluppo.

Dall’altro lato è entrato in crisi il modello della cosiddetta finanza creativa. Banche e istituzioni finanziarie, nel corso degli ultimi due decenni, hanno sviluppato i prodotti strutturati, i derivati che, unitamente agli altri strumenti di ingegneria finanziaria, stanno trascinando nel baratro i risparmi di milioni di persone, affossando progressivamente anche il settore produttivo.

Il fallimento dell’ormai ex corazzata Lehman Brothers rappresenta solo il primo segnale di cedimento strutturale del castello di carta messo in piedi dagli stregoni della finanza internazionale. La non indifferente massa di denaro immessa sul mercato da banche centrali e le operazioni di salvataggio poste in essere dai governi nell’ultimo trimestre del 2008 hanno dato l’impressione di aver trovato la soluzione definitiva ad una falla che è stata in realtà solamente tamponata.

Tra ottobre e dicembre dello scorso anno, dopo le maxi fusioni tra istituti di credito sia negli Stati Uniti sia in Europa ed il parallelo ingresso del settore pubblico in molte banche, il pericolo sembrava davvero scongiurato. Gli organi di stampa specializzati glorificavano i meriti del mercato, sempre in grado di autoregolararsi, bacchettando l’esagerato interventismo del settore pubblico, quale esempio di nefasta ingerenza. Ora, una nuova ondata di fallimenti è alle porte.

Il governo inglese è, infatti, dovuto nuovamente intervenire mettendo altre risorse a disposizione delle banche ed ottenendo dai mercati una sonora bocciatura a suon di vendite, con perdite sui titoli finanziari quotati sui listini delle borse europee di quasi il 10% in un giorno.

Il gigante bancario Royal Bank of Scotland precipita in caduta libera, lasciando sul terreno quasi il 60% del suo valore in poche ore, a seguito dell’annuncio di una maxiperdita operativa nel corso del 2008 di circa 8 miliardi di sterline. Ma la perdita complessiva dell’anno potrebbe arrivare a sfiorare i 28 miliardi di sterline se si considerano nuove svalutazioni già preannunciate.

Ma anche Barclays, da poco affacciatasi anche in Italia ed in una situazione finanziaria leggermente migliore, è stata trascinata a ribasso dai risultati del settore bancario nel suo complesso. Così come Deutsche Bank che, dopo le notizie delle ultime settimane relative all’ingresso nel capitale sociale del Tesoro tedesco, finisce nel girone infernale dei crolli di borsa. E, in Italia, la stessa sorte non ha risparmiato colossi come Unicredit e Banca Intesa.

Cos’hanno capito finalmente i grandi investitori internazionali? Forse hanno cominciato a comprendere che le forze messe in campo, sia di natura economica che di stampo normativo, nulla possono fare contro il gigantesco buco nero alimentatosi negli ultimi lustri. L’importo complessivo dei cosiddetti titoli tossici è, infatti, ancora materia oscura, ben occultata nei bilanci delle banche che, esse stesse, hanno finito per perdere il controllo contabile della situazione. L’effetto moltiplicatore causato dalla diffusione degli strumenti di finanza derivata, ha ingigantito ed aggravato il problema che da megatruffa si è trasformato in catastrofe internazionale.

La ricetta per rispondere a questa seconda valanga finanziaria è sempre la stessa: massicce iniezioni di denaro, abbassamento dei tassi di interesse per far affluire liquidità nelle casse degli istituti finanziari e piani varati dai governi per sostenere le aziende di credito. Dopo il primo intervento da 250 miliardi di sterline degli scorsi mesi, il governo di Londra ha lanciato, infatti, un altro piano da 100 miliardi di sterline per sostenere il sistema bancario. Gli Stati Uniti, nel frattempo, aggiungono ai 700 miliardi di dollari varati dall’amministrazione Bush altre centinaia di miliardi per agevolare il compito al neopresidente Barack Obama. L’idea di base, seppur con notevoli variazioni di percorso, rimane quella di creare un fondo destinato all’acquisto dalle banche degli asset cancerogeni, dei mutui subprime ed in generale di titoli derivati senza alcuna copertura, spostando così il peso del crimine truffaldino cagionato da manager spregiudicati sulle spalle dell’intera comunità. Il peso del debito pubblico incrementato da questi piani di risanamento sarà, infatti, rigettato sulle future generazioni, aggravando ulteriormente una situazione che, già ora, appare drammatica.

Anche in Irlanda le cose non sono andate meglio: lo Stato, che ha seguito della crisi finanziaria ha rischiato il collasso, ha recentemente preso il controllo di Anglo Irish Bank, dopo le svalutazioni miliardarie che hanno portato il titolo a perdere il 98% del suo valore.

Nel frattempo, la nostra Italia, da sempre considerata il fanalino di coda dell’innovazione finanziaria, si barcamena alla meno peggio, conscia del fatto che, questa presunta arretratezza rappresenta per ora il maggior viatico al superamento della crisi. Pur non uscendone indenne, infatti, il Bel Paese è schiacciato da un debito pubblico molto simile, in rapporto al Pil, a quello americano (dopo gli interventi messi in campo dall’ex segretario al Tesoro Henry Paulson). Ma il grado di indebitamento di un paese non è relegabile al solo settore pubblico ma è da leggersi complessivamente nella somma tra debito pubblico e debito privato. E questo è anche il miglior indice per comprendere il livello di garanzia e solidità di uno stato. E’, dunque, pur vero che l’Italia ha il terzo debito pubblico al mondo, ben al di sopra di tutti gli altri partner europei. Ma la differenza è che l’indebitamento privato italiano sfiora a malapena il 30% del reddito nazionale. negli Stati Uniti, invece, il debito finanziario è solo un terzo del totale (e cioè il 121% del Pil), quello delle imprese è al 77 per cento, quello delle famiglie al 98% del reddito nazionale. A questi dati va aggiunto il debito pubblico che si avvicina al 100% del Pil. Non c’è che dire, per ogni dollaro prodotto negli Usa, c’è un debito di 3 dollari e mezzo.

Ultimo aggiornamento Sabato 01 Gennaio 2011 12:47