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La morte di Gheddafi, un'indegna esecuzione PDF Stampa E-mail
Scritto da Daniele Lazzeri   
Domenica 23 Ottobre 2011 08:04

Autore: Pietrangelo Buttafuoco
Fonte: Panorama

Quello del colonnello Gheddafi è un omicidio, bisogna avere il coraggio di chiamarlo con il suo nome. E non siamo all’altezza di questo nemico perché ci manca il coraggio di dichiararci assassini.

Non lo siamo stati quando abbiamo lasciato impiccare Saddam Hussein. Ancora qualche minuto prima gli americani ci facevano bisboccia col satrapo irakeno, lo tenevano al guinzaglio come cane da guardia contro la Repubblica islamica d’Iran ma quando hanno deciso di metterlo a morte lo hanno buttato nel cesso del male assoluto senza tenere conto del contrappasso: Saddam, infatti, gli si è rivelato in dignità e onore davanti al cappio e non siamo stati degni di quell’amico diventato per puro interesse un nemico, perché siamo rimasti a guardarcelo appeso, lasciandogli appesa, sul bavero del suo cappotto, tutta la nostra vergogna. Non uno schianto, non una lagna. Messo a morte senza concedere un lamento, così Saddam.


Come aveva prescritto Ezra Pound nei suoi Cantos Pisani. Per tutti i torelli morti, appesi per i piedi a Milano, “Così Ben e la Clara a Milano' come cantava il poeta inorridito davanti allo scempio di Piazzale Loreto e se i giornali in queste ore - per celebrare l’uccisione di Gheddafi - stanno diffondendo la carrellata iconografica dei dittatori portati al macello, a voler mettere a nudo il nostro disonore, accanto ad ogni Piazzale Loreto (e mai, ahinoi, invenzione italiana ebbe così largo contagio), dobbiamo aggiungere la processione dei cadaveri ridotti a poltiglia.

“Temi Iddio e l’idiozia della plebe' cantava ancora Pound e se del Duce se ne fece strame, così si fa banchetto di ogni totem inseguito dalla vendetta: anche Che Guevara, issato sul tavolo autoptico; anche Salvatore Giuliano, incorniciato nel cortile di Castelvetrano; anche Gesù Cristo, quel figlio di mamma sputato, flagellato ed esibito tale e quale un pezzo di carne e così ancora il corpo di Michael Jackson, violato dall’impudicizia di un reportage fotografico perché non solo siamo indegni dei nostri nemici ma siamo cani di una muta gettata nel pantano dell’odio e della voluttà guardona.E più di tutti noi, figli d’Occidente, siamo indegni dell’antico precetto del sangue.

La guerra è arte fin troppo nobile per noi che ce la ciucciamo da lontano, dai videogame con cui i nostri padroni americani vanno a buttare bombe fino alla menzogna fabbricata ad arte per drogare i nostri giornali, i nostri video e la nostra opinione pubblica, prima tra tutte quella di trasformare in nemici quelli che fino al giorno prima hanno fatto per noi il lavoro sporco. Come Gheddafi. Tenuto in piedi dall’alleanza occidentale giusto il tempo di farne un pagliaccio contro Al Qaeda, subito dopo cestinato per poi meravigliarsi della sua tenacia, della fedeltà dei suoi uomini, dello spreco di fuoco messo in campo per non arrendersi e farsi infine ammazzare, con tanto di colpo alla tempia. Esecuzione perfetta forse ma il sangue versato, specie se poi viene asperso di sputazza e merda, cerca sempre il suo riscatto e la vendetta migliore per un beduino è quella di svelare nei suoi killer - in noi, che siamo stati i suoi killer più vigliacchi - una stirpe avvelenata.

La guerra è solo un esercizio di verità e lo sanno i combattenti di tutti gli orizzonti che tanto più si riconosce merito al nemico, quanto più alto è l’onore di chi sposa il campo di Marte. Che mestizia quelle dichiarazioni di Franco Frattini, che pena tutto il crucifige dei leader del mondo, gli stessi che se solo Gheddafi fosse morto nel suo letto appena un anno fa sarebbero corsi a Tripoli per firmare l’elenco dei condolenti ai solenni funerali e quasi debbo scusarmi con Pupo.

L’ho accusato di aver detto in chiusura della sua trasmissione a Radio Rai Uno, a proposito delle notizie tripoline, “è una notizia meravigliosa' e l’ho indicato quale esempio della nostra medietà maligna. Ad un professionista dello spettacolo è da perdonare l’enfasi, l’improvvisazione davanti ad un fatto scioccante, ma ai potenti del mondo, tutti doppio-giochisti, va il massimo del disprezzo per aver pascolato nel nostro più profondo istinto di coprolalia: quello di far del corpo del nemico una deiezione.Siamo indegni dei nostri nemici perché noi mettiamo sul piatto la vergogna e loro, più nobilmente, il sangue. Ecco, è molto più civile il selvaggio che mangia il cuore al nemico per suggerne il coraggio e il merito di quanto possa risultare degno di questo sporco mondo civile farne feticcio e macelleria del corpo del nemico. L’orgia di sangue appartiene ai popoli destinati all’oblio. Noi abbiamo cominciato con piazzale Loreto, gli altri ci stanno seguendo a ruota. E non siamo all’altezza dei nostri nemici, purtroppo.

 

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