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La politica turca mediorientale dopo il 12 giugno: cambiamenti e continuità PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Lunedì 11 Luglio 2011 06:57

Relazione di Hasan Kambolat Direttore del think tank turco "Orsam"
VIII Workshop Vox Populi / 1 - 2 - 3 luglio 2011

Le evoluzioni vissute dal Medio Oriente a partire dalla seconda metà del 2010 hanno dato il via ad un’ondata di mutamenti radicali nella regione.
E come è noto, la dimensione più rilevante di quest’ondata ha rigurdato le aspettative nei confronti di regimi che offrissero importanza ai diritti umani e democratici al posto di quelli antidemocratici, che si situassero al di fuori da correnti radicali e fondanti buone relazioni con la rimanente parte della comunità internazionale.
Tuttavia, rispetto alle aspettative ed agli auspici, molto spesso, gli esempi di cambiamento, non sono stati nè particolarmente morbidi nè sicuri, tant’è che le manifestazioni hanno iniziato a trasformarsi in conflitti ed in guerre civili. Mentre una normalizzazione di questo cambiamento risulterà tardiva.
Del resto dopo la fine della Guerra Fredda i cambiamenti subiti dall’Europa Orientale, dalla Russia ed dai Balcani non sono certo stati facili.   
Il Medio Oriente, invece, conservando di fatto pressochè immutate le questioni inerenti all’ordine costituito dopo la prima Guerra Mondiale, le porta con sè fino ai nostri giorni. I mutamenti mediorientali infatti sono stati ostacolati sia dal paradigma della Guerra Fredda, sia a causa dell’importanza che l’economia mondiale attribuisce alle fonti energetiche della regione.
Per questo motivo i regimi antidemocratici, che, per quanto internamente sclerotizzati, sono sempre stati visti come stabili, sono scossi ed investiti da uno tsunami, dal quale nessun Paese si può sentire completamente escluso.  
L’atteggiamento e il ruolo della Turchia nel processo di trasformazione democratica del Medio Oriente, invece, acquista ogni giorno che passa una maggiore rilevanza. Del resto essa, in linea di principio, per quanto riguarda gli esempi di Egitto e Tunisia, si è schierata molto apertamente dalla parte delle governance favorevoli alla democratizzazione ed attente alle istanze del popolo.  
A partire dal momento in cui il Premier Erdoğan, evidenziando una carenza di trasparenza da parte di molte nazioni, non aveva voluto un ritiro troppo evidente di Hosni Mubarak dalla scena politica. E mentre, agli inizi dei cambiamenti in Tunisia aveva opposto una certa reazione, nei casi di Yemen, Libia e Siria, al fine di scongiurare il caos della trasformazione si è mossa in maniera più cauta. Un atteggiamento di cautela, che però non le ha impedito di prendere parte alle manovre Nato in Libia.

Quindi Ankara, si è sforzata intensamente attraverso dei negoziati per mitigare la violenza degli eventi che hanno coinvolto la Siria. E nell’immediato futuro non sarà fuori luogo parlare di questi sforzi, in particolare del ruolo essenziale che la Turchia svolgerà in Siria.  
Volgendo invece l’attenzione alle relazioni turco-irachene, la Turchia che dal 2003 smesso di appoggiare l’occupazione del Paese, ha iniziato, a partire dal periodo successivo al 2005, a svolgere un ruolo più attivo nella sua politica interna. 
Le relazioni hanno iniziato ad evolversi in maniera positiva, sia attraverso l’apertura di un Consolato turco ad Arbil, sia con la visita del premier Erdoğan in questa città che attraverso i contatti instaurati con il Governo Regionale del Kurdistan. Ed al momento la Turchia, è una nazione che offre ingenti contributi allo sviluppo economico della regione curda. 
Del resto in Iraq, circoscrivendo, il proprio raggio d’azione all’interno della sola comunità sunnita, non è possibile influenzare né la politica interna né quella estera del Paese. Pertanto al fine di divenire un attore maggiormente attivo, nel 2012 la Turchia, parallelamente a fondare relazioni ufficiali con i Curdi, si propone di sviluppare delle relazioni con gli arabi sciiti.
Tuttavia essa, vuoi per la risoluzione delle questioni etniche che quelle religiose, nonchè economiche e territoriali, nelle sue relazioni con l’Iraq, continua ad essere altalenante: mantenendo talvolta relazioni positive e talvolta negative. 
Quanto ai rapporti fra Turchia ed Israele, dopo gli eventi del 2010 che hanno coinvolto la nave Mavi Marmara,essi si sono stati compromessi in maniera seria e non ci sono segni significativi che facciano presagire una possibilità di miglioramento delle relazioni. İsraele, da parte sua sarebbe anche disposto a risarcire il danno relativo alla Flottiglia ma senza scuse, senza esprimere il proprio cordoglio. 

Il clima post-elettorale del 12 giugno
Per quanto riguarda l’influenza delle elezioni generali turche del 12 giugno sulla politica mediorientale, in sintesi si può dire quanto segue:
Innanzitutto, avendo l’Akp, che governa il Paese da 8 anni a questa parte, incrementato i propri voti, proprio la sua vittoria costituisce il segno più evidente della volontà di non mutamento dei principi basilari della politica estera turca.
Nel gennaio del 2011, durante una conferenza diplomatica svoltasi ad Ankara, con riferimento al concetto di “diplomazia visionaria” formulato dal Ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu, è emerso che la Turchia continerà a mantenere una politica attiva verso le regioni del mondo problematiche.
Oltre a ciò, nelle regioni ad alto rischio di conflittualità, si sforzerà di prevenire la degenerazione delle problematiche in crisi per mezzo di una “diplomazia preventiva”. Ed in tal senso, il Medio Oriente risulta essere centrale rispetto alla maggior parte delle questioni più rilevanti di politica estera che, a breve termine, riguardano la Turchia.
Questo fatto lo si può evincere dal “discorso del balcone” pronunciato dal premier Erdoğan immediatamente dopo le elezioni. Egli infatti, ha posto l’accento su Baghdad, Damasco, Beyrut, il Cairo, Sarajevo, Baku, e Lefkosa. Infatti egli, affermando che “Oggi fino ad Istanbul ha vinto Sarajevo, fino a Izmir, ha vinto Beyrut, fino ad Ankara Damasco, fino a Diyarbakir la west bank, Gerusalemme e Gaza, ha dimostrato quanto i Balcani, il Caucaso e il Medio Oriente siano importanti per la politica estera della Turchia.    
Banchi di prova importanti per la Turchia saranno il futuro del regime siriano, la probabile ingestibilità della situazione in Iraq dopo il ritiro delle truppe americane, le trasformazioni che conseguiranno alle polarizzazioni, nonchè al nuovo conflitto locale e regionale scaturente dai venti di cambiamento in Medio Oriente, quindi le tensioni e le incognite inerenti al nucleare iraniano.
Peraltro non mancano questioni imminenti da annotare sull’agenda, fra cui la questione dell’equilibrio delle forze in Caucaso, così come  quella della normalizzazione delle relazioni con l’Armenia, nonchè il rafforzamento dei rapporti con le Repubbliche dell’Asia Centrale. D’altra parte, è auspicabile che la Turchia perseveri nell’attuazione delle riforme necessarie per accedere alla partnership con la U.E., senza rinunciare ad una prospettiva di piena adesione e che intenda portare avanti ulteriormente relazioni stabili con gli Stati Uniti.   
Ma potrà la Turchia uscente dalle elezioni generali del 12 giugno, svolgere un ruolo attivo, come prima, in Medio Oriente in un contesto spasmodico di trasformazione democratica?
Essa, in principio nella regione costituisce una forza gravitazionale in fieri. E nè la disgregazione del Blocco orientale nè le trasformazioni del Medio Oriente possono scalfire la forza gravitazionale della Turchia, in quanto essa costituisce il campo gravitazionale che possiede le strutture maggiomente democratiche della regione. 
Non è questione di possedere il regime più opulento, più religioso oppure più autoritario. Ed in Medio Oriente, una delle ragioni più importanti che potenzialmente nella regione, hanno costituito il presupposto del campo gravitazionale della Turchia, è stato il processo di negoziati con la U.E nel 2005.  
Concludendo, la politica estera post-elettorale turca può essere spiegata attraverso un concetto di continuità permanente nella trasformazione. Passando verso il mantenimento di una continuità realizzata attraverso gli elementi di soft power della politica estera sviluppatisi negli ultimi anni e fondata finora sugli ideali e sulla costituzione repubblicana.

Ultimo aggiornamento Lunedì 11 Luglio 2011 07:02
 

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