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Il Presidente di "Vox Populi" in Kazakhstan PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Domenica 06 Marzo 2011 12:31

Il Presidente del Centro Studi "Vox Populi" ha tenuto il 25 e 26 gennaio scorsi una lectio magistralis presso l'Università Eurasiatica "Lev Gumilev" di Astana, presentando l'ultima monografia di VXP "Ahmed Yassawi - Sciamano, sufi e letterato kazako" ed un discorso ufficiale durante il lavori di un Convegno Internazionale promosso dal Parlamento della Repubblica del Kazakhstan.


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Di seguito il discorso del presidente, Ermanno Visintainer

 


Il Kazakhstan artefice illuminato della modernizzazione degli spazi eurasiatici, modello di convivenza interetnica e interreligiosa.

All’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, l’improvvisa implosione dell’Impero Sovietico, generò per un momento la Grande Illusione della nostra “nuova” era.
Un’illusione in qualche modo sintetizzata dal famoso saggio di Francis Fukuyama il quale osò parlare di “Fine della Storia”. Ovvero di fine dell’era in cui si contrapponevano da antagonisti diversi “modelli” di Stato, di società, di economia e, quindi, di cultura.

Da qui la profezia della “globalizzazione” come imminente realizzazione del sogno della Pace Mondiale, o, per lo meno del trionfo di un universale modello. Quello che si potrebbe, pur sommariamente, definire come “Occidentale”, fondato sul Libero Mercato a livello economico, e sulla Democrazia a quello politico.

Veniva dunque a porsi il problema della modernizzazione e della democratizzazione del Mondo post-sovietico indissolubilmente connesso a quello dello State Building.
Tant’è vero che solo nelle propaggini centro-europee della vecchia egemonia moscovita, il passaggio alla democrazia è stato relativamente facile ed indolore, e questo perché paesi come l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Polonia – per tacere del caso, particolarissimo, della Germania dell’Est – avevano già una tradizione culturale ed esperienze di storia recente che li predisponevano a tale passaggio.

In sostanza la loro cultura e le loro società contenevano i germi, i presupposti per costruire forme di democrazia occidentale. Dove però questi “semi” non erano presenti, o erano troppo deboli per attecchire – e la mente corre immediatamente alla tragedia della ex-Jugoslavia – il processo si è rivelato non solo difficile, ma spesso tragico.

Ben maggiori, infatti, sono state le difficoltà che tale processo di State Building ha incontrato ed ancor oggi incontra in altre regioni dello spazio post-sovietico, come
nella parte più orientale dell’Europa slavofona ed in Caucaso e, soprattutto, in Asia Centrale. Dove tutto è reso più difficile dalla vastità di questo quadrante geopolitico
un autentico intrico di popoli, lingue, culture, tradizioni e religioni diverse. E, per lo più, mai toccati dalla cultura europea e dai suoi modelli sociali e politici. Un
immensa regione da sempre cruciale della Geopolitica mondiale. Quel “cuore” dell’Isola del Mondo – come la chiamarono i geopolitici classici da McKinder in poi.

Con la fine dell’epoca sovietica, le Repubbliche - ormai ex-sovietiche - dell’Asia Centrale recuperarono un’indipendenza tanto agognata, quanto, per molti versi,
imprevista, alla quale erano sostanzialmente impreparate per molte ragioni. In primo luogo ragioni “strutturali” interne. Tra queste, l’assenza del substrato sociale necessario a costruire una democrazia di tipo occidentale. Le Repubbliche sovietiche che raggiungevano improvvisamente l’indipendenza erano – e ancora, dopo vent’anni, rimangono – dei mosaici etnici e culturali complessi. Intrecci di etnie, di
religioni, lingue e culture fino a quel momento tenuti insieme dal potere coercitivo del regime.

Il caso Kazakhstan. Le ragioni di un processo riuscito di State Building

Completamente diverso il panorama che invece presenta oggi, a quasi vent’anni dall’indipendenza, il pur vicino Kazakhstan. Sospeso tra Europa ed Asia, uno dei territori più estesi del mondo – ben 2,7 milioni di chilometri quadrati – ancorché con una popolazione “solo” di 15 milioni di abitanti, il Kazakhstan presenta un lunghissimo confine con la Russia, lambendo da una parte la regione caucasica e
la Cina, dall’altra. Mentre a sud, confina ancora con le altre repubbliche dell’Asia Centrale ex-sovietica, Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan, affacciandosi sul Mar Caspio.

Il PIL annuo pro capite è di oltre 1500 $ statunitensi, ma in decisa crescita, tanto che secondo gli indicatori economici il Kazakhstan in prospettiva potrebbe diventare uno dei paesi con il più alto reddito medio al mondo. In questo è certamente favorito dal fatto di possedere entro lo scrigno del suo vasto e variegato territorio circa il 60%
delle riserve minerarie dell’ex-URSS, e, in particolare i più importanti giacimenti di petrolio e gas naturale fuori dal’area del Golfo Persico; ricchezze cui si aggiunge una
ricca economia agricola – che impegna circa il 20% del territorio, oltre che fondata sull’allevamento.

Ricchezze, però, che da sole non bastano a spiegare il diverso destino del Kazakhstan rispetto ad altri paesi dell’Asia Centrale ex-sovietica, la sua stabilità interna, nonché il crescente sviluppo industriale che sta vivendo. Anche perché tali “fortune”, in particolare il petrolio, avrebbero potuto anche qui trasformarsi in causa di conflitti e tensioni. In una vera e propria maledizione, come purtroppo si è verificato, e si continua a verificare, altrove. Perché anche il Kazakhstan, oltre ad essere situato nelle dirette vicinanze di alcune delle aree di maggiore criticità del mondo – dal Caucaso al non lontano Afghanistan, senza dimenticare il tormentato Turkestan cinese (o Xinjiang, che dir si voglia) – è anche costituito da un mosaico etnico e culturale estremamente complesso.

Il Kazakhstan infatti è caratterizzato dalla compresenza al proprio interno di ben 140 gruppi etnici distinti, con i Kazaki, quale gruppo etnico più numeroso e “nazionalità titolare” della repubblica, che costituiscono il 60% della popolazione, seguiti dall’importante componente russa (dal 22% al 25%) abitante prevalentemente nel nord e nella vecchia capitale Alma Aty, e da altre nazionalità come Ucraini, Uzbeki, Uighuri, Tajiki, Tedeschi e Coreani. Queste ultime due nazioni discendenti dalle popolazioni ivi deportate da Stalin negli anni ’30 e’40.

E accanto alle etnie anche diverse religioni, fra cui maggioritaria è quella islamica.
Un Islam tradizionale di orientamento hanafita, amalgamato con tradizioni sufi profondamente radicate; quindi minoranze sciite, cristiani – prevalentemente ortodossi, ma anche cattolici e protestanti – buddhisti, nonché seguaci di altri culti tradizionali.... Insomma, una complessità che avrebbe reso assai probabile l’eventualità che, al crollo dell’URSS e con il conseguimento dell’indipendenza nazionale, il Kazakhstan implodesse e fosse dissanguato da strazianti conflitti civili, fomentati da influenti interessi stranieri.

E invece non è stato così. Tanto che oggi la Repubblica del Kazakhstan non solo presenta una situazione di stabilità politica invidiabile, ma sta conoscendo un crescente sviluppo economico e sociale. Una ormai lunga, stagione di prosperità che rende palese come, il processo di un moderno State Building si trovi, ormai, in una fase molto avanzata. Stabilità garantita, anche, dall’equilibrio con cui i governanti di Astana si sono mossi in questi anni sui delicati scenari geopolitici dell’area, intrattenendo eccellenti rapporti con la rinascente potenza russa – e con la Russia il Kazakhstan è il principale promotore della nuova Comunità Economica Eurasiatica – senza che però questo impedisse loro di mantenere altrettanto buoni rapporti con Washington da un lato e Pechino dall’altro. Ciò ha fatto del Kazakhstan un raro fulcro di stabilità ed equilibrio in una regione in continua metamorfosi, tanto che Astana ha di volta in volta assunto dei ruoli sempre più rilevanti di mediatrice nei conflitti regionali, in particolare nel caso, recentissimo, delle tensioni fra Kirghizistan ed Uzbekistan, paesi confinanti con i quali sta anche promuovendo un’area di libero scambio.

Le ragioni di questo successo vanno ricercate sin dal 1991, dalle origini dell’Indipendenza kazaka, nella guida illuminata del Presidente della Repubblica Kazaka , Nursultan Nazarbayev, il cui intento fin dall’inizio è stato quello di costruire in Eurasia un unico grande spazio aperto ad un nuovo modello di mondo:
multipolare, equilibrato, democratico, pluralista, pacifico e prospero. In tale senso si può veramente affermare che egli abbia incarnato un archetipo, quello dello spirito della Grande Steppa, manifestatosi alla guida di una nazione affascinante, giovane ed in rapido sviluppo. Il ruolo di Nursultan Nazarbayev nella realizzazione di questo progetto è effettivamente stato unico ed insostituibile.

Sin dai primi anni post-sovietici, il nuovo gruppo dirigente del Kazakhstan ha saputo evitare i rischi di un nazionalismo etnico troppo spinto, puntando, invece, sulla costruzione di un’identità nazionale capace di armonizzare le molte differenze e di portare tutte le diverse etnie a sentirsi parte di un unico “popolo”. Processo che si è snodato, prima, attraverso una Costituzione, che ha cercato di conciliare le nascenti istituzioni democratiche e parlamentari con una guida comune, atta ad evitare una frammentazione della politica su base etnica. Ovvero quella frammentazione che, come abbiamo visto, costituisce ancora uno dei principali problemi del vicino Kirghizistan. Quindi, favorendo una politica della coesistenza tra le diverse etnie e religioni, fondata sui principi della tolleranza e dell’armonia, teorizzati nella “Dottrina dell’Unità Nazionale del Kazakhstan”, promulgata dallo stesso Nazarbayev in più occasioni, e ancora ridefinita e chiarita nell’omonimo documento del 2009, all’atto dell’assunzione della Presidenza dell’OSCE che ha rivestito per il 2010. Un traguardo importante ed ambizioso, un passo in avanti la cui emblematicità non è di poco conto per questo paese rappresentativo dell’intera compagine turcofona ed eurasiatica, nonché crocevia nevralgico fra l’Est e l’Ovest del mondo. Un altro primato conseguito dal Kazakhstan, attraverso il conseguimento di questa presidenza, è quello di essere stata la prima fra le ex repubbliche sovietiche ad assumere questo ruolo di guida alla testa delle 56 nazioni rappresentate dall'OSCE, nonché la prima fra le nazioni in cui la fede dominante è quella islamica.

La Dottrina dell’Unità Nazionale invece sancisce come il centro, o meglio il vero “cuore” dell’identità kazaka debba essere rappresentato non da una qualche specifica appartenenza etnica/tribale, bensì dal sentirsi tutti parte di un’unica comunità nazionale. Ovvero di un unico “popolo” pur fondato su molteplici culture, lingue, religioni distinte, il cui motto è “Unità nella diversità”.

Tanto che tutti gli indicatori ed osservatori internazionali riconoscono oggi nel Kazakhstan un paese che sta edificando istituzioni democratiche sempre più “aperte”, e con un alto grado di rispetto dei diritti umani e civili. Cosa che ha, per altro, permesso ad Astana – il cui governo è stato fra i primi a rinunciare all’armamento nucleare ereditato dalla stagione sovietica - di assumere ruoli di crescente importanza per gli equilibri di tutta l’Asia Centrale, e di mantenersi sostanzialmente immune dai contagi dei fondamentalismi etnici e religiosi che tormentano il resto della regione.

Il Kazakhstan è un paese che rappresenta un fulgido modello di sintesi fra tecnologia occidentale e cultura orientale, divenuta un imperativo categorico concreto. In politica estera il Kazakhstan sia sta muovendo su una linea multi-vettoriale, ispirata fra l’altro, ai principi della tolleranza, dello sviluppo interculturale e dell’armonia interreligiosa. In altre parole, un Paese, maturo per muovere il passo dal paradigma della competizione globale al paradigma della responsabilità globale.

Un’interessante quanto positiva esperienza politica di armonizzazione che potrebbe ispirare la stessa Europa, in una fase di stallo da questo punto di vista, attraversata da acerrime discussioni circa le contraddizioni fra integrazione interstatale, immigrazione e necessità di salvaguardare le specificità e le identità.

Estendo quindi, da parte mia, un auspicio al Kazakhstan di continuare su queste direttive ricordando il proverbio kazako spesso citato dallo stesso Presidente Nazarbayev che recita: «Бірлік болмай - тірлік болмас» senza unità non vi può essere vita.

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 07 Marzo 2011 08:45
 

Il Grigiocrate

Notizie flash

Relazione di Hasan Kambolat Direttore del think tank turco "Orsam"
VIII Workshop Vox Populi / 1 - 2 - 3 luglio 2011

Le evoluzioni vissute dal Medio Oriente a partire dalla seconda metà del 2010 hanno dato il via ad un’ondata di mutamenti radicali nella regione.
E come è noto, la dimensione più rilevante di quest’ondata ha rigurdato le aspettative nei confronti di regimi che offrissero importanza ai diritti umani e democratici al posto di quelli antidemocratici, che si situassero al di fuori da correnti radicali e fondanti buone relazioni con la rimanente parte della comunità internazionale.

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