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Le FARC, disposte a una negoziazione PDF Stampa E-mail
Scritto da Mauro Margoni   
Martedì 24 Novembre 2009 00:33

La Nación (pag. 2) -Venerdì 14 agosto 2009


La lotta armata in Colombia- dichiarazioni del successore di “Tirofijo”

Le Farc, disposte a una negoziazione


Il capo del gruppo guerrigliero, Alfonso Cano, ha dichiarato che sta cercando “un’uscita  civile” dal conflitto; categorico il rifiuto del presidente Uribe

 

 Bogotà.-Dopo i duri colpi subiti negli ultimi tempi come la morte dei suoi principali dirigenti e difronte alla prospettiva derivante dalla recente cooperazione militare tra Washington e Bogotà, le forze armate rivoluzionarie colombiane (FARC) hanno annunciato ieri che sono disposte ad iniziare le negoziazioni per la pace, anche se il presidente colombiano, Alvaro Uribe, sarà rieletto.
“Un’uscita civile dal conflitto non può dipendere dalla volontà di una sola persona per quanto potente sia. Quindi, indipendentemente da chi occupi la presidenza, continueremo a cercare una soluzione politica al conflitto”, ha detto il comandante del gruppo guerrigliero, Alfonso Cano, che ha risposto tramite posta elettronica a un questionario che gli ha inviato la rivista colombiana Cambio.
Cano ha comunque condizionato la negoziazione all’esistenza di “garanzie” e di “tolleranza”.
Da parte sua, Uribe, che scommette sulla vittoria militare nei confronti della guerriglia piuttosto che su una soluzione pacifica, ha rifiutato categoricamente la negoziazione. “Non possiamo convertire dei criminali in legittimi interlocutori. Questo bandito (Cano) sta ingannando da 40 anni la Colombia; questo bandito parla di dialogo, mentre ciò che fa è ordinare omicidi”, ha detto Uribe in una conferenza stampa insieme al presidente del Messico, Felipe Calderón, che ha spalleggiato ieri la cooperazione militare tra Colombia e gli Stati Uniti, criticata da Venezuela e Equador.
“Questi banditi passeranno dal nascondere crimini e dal protagonismo mediatico al carcere”, ha sentenziato Uribe, accusando Cano di essere uno dei responsabili del mancato dialogo di pace durante il governo del suo predecessore, Andrés Pastrana (1998-2002).
Uribe, il cui governo ha combattuto militarmente la guerriglia - da lui qualificata come “terrorista” e narcotrafficante - ha detto in aprile che era disposto ad iniziare un processo di pace con le FARC se avessero sospeso le ostilità per tre o quattro mesi come gesto di buona volontà.
Anche se le parti hanno dichiarato l’intenzione di una negoziazione pacifica, finora mai concretizzata, potrebbe essere la base di un accordo che permetterebbe di porre fine ad un conflitto interno che dura ormai da quattro decadi.
Il disaccordo storico risiede nel fatto che i guerriglieri richiedono un “intercambio umanitario” di ostaggi per ribelli prigionieri come condizione per negoziare un accordo di pace. Per far ciò chiedono una zona franca, libera da polizia e militari, che Uribe si è negato a concedere, asserendo che in questo modo i ribelli otterrebbero un vantaggio militare con lo scopo di rafforzarsi.
Mercoledì scorso il cardinale colombiano Dario Castrillón ha rivelato di aver avuto contatti con Cano, e che esiste “una luce di speranza” per trovare un accordo.
In un intervista Cano ha detto che le FARC attualmente non hanno nessun contatto con il governo di Uribe. Ha chiarito inoltre che un’eventuale rielezione di Uribe non impedirà di avviare una negoziazione.
“L’importante sono la concezione politica e gli interessi che rappresenterà la persona che assumerà la carica nel prossimo periodo - ha affermato Cano -. Se le sue convinzioni saranno innondate di violenza, guerra, vendetta e autoritarismo, il confronto persisterà [...]. Se esisterà una visione democratica [...], il panorama sarà più distensivo.
Uribe, considerato l’alleato più importante degli Stati Uniti in America Latina in un momento in cui cui governanti di sinistra stanno guadagnando protagonismo nella Regione, non ha annunciato ancora se cercherà una seconda rielezione consecutiva nelle elezioni del 2010. Un progetto di referendum per autorizzarla rimane bloccato in Parlamento per problemi giuridici.
“Bisogna parlare, dialogare e questo significa spazio, garanzie, ambiente, grandezza, tolleranza, volontà e decisione”, ha detto Cano ribadendo l’intenzione delle FARC di liberare a breve il sottufficiale dell’esercito Pablo Emilio Moncayo, sequestrato più di undici anni fa.
Ha inoltre smentito che la guerriglia abbia finanziato la campagna elettorale dell’attuale presidente equadoriano, Rafael Correa, un alleato del presidente venezuelano Hugo Chávez e che Caracas li abbia forniti di armi, come afferma Bogotà.
Lo scontro di Uribe con Correa e Chávez era arrivato al suo punto massimo quando forze colombiane avevano abbattuto l’allora numero due delle FARC, Raúl Reyes, in Equador nel marzo del 2008. Si è però ravvivato dopo che Bogotà ha annunciato che accetterà le sette basi militari degli Stati Uniti per combattere il narcotraffico.
Calderón ha detto ieri che rispetta la decisione di Uribe, che sarà oggetto di dibattito dei presidenti dell’UNASUR a fine mese in una riunione in Argentina, e che è disposto a fare da mediatore perché si superi la crisi tra Colombia, Venezuela e Equador.

Agenzia Reuters, Ap e Dpa


“Non consegnamo né armi né denaro ad altri paesi”

Cano ha detto di ammirare Chávez e che le FARC non hanno dato fondi a Correa
                                     

Bogotà (El Tiempo/GDA).- In prossimità di una nuova campagna elettorale e durante tensioni con Venezuela e Equador, il comandante supremo della FARC, Alfonso Cano, ha risposto via Internet ad un questionario per la rivista Cambio. Ha rotto così il silenzio che manteneva dalla morte, più di un anno fa, di Manuel “Tirofijo” Marulanda, che lo ha reso il suo successore.
- Dopo che Uribe ha sospeso le mediazioni del presidente Chávez per la liberazione dei sequestrati, le FARC hanno mantenuto contatti con il governo venezuelano?
- No. Ritiratosi il presidente Chávez come mediatore di questo processo, sono cessati i contatti, rimane però la nostra ammirazione per gli obiettivi bolivariani del governo venezuelano ed è perenne la nostra gratitudine per gli sforzi a favore di un accordo umanitario.
- Che cosa significano Venezuela e Equador all’interno della sua strategia politica?
-Il sogno bolivariano di una patria grande che integri tutti i popoli dell’America Latina e dei Caraibi, che liberi il suo enorme potenziale in maniera sovrana e ci posizioni difronte al mondo come la grande nazione che dobbiamo essere.
-Che effetto ha avuto la morte di Raúl Reyes per i vincoli esterni delle FARC?
-Raúl era il responsabile delle relazioni internazionali delle FARC e ovviamente la sua morte ha avuto un grande impatto a questo livello.
-Il sequestro dei computers di Reyes vi ha lasciti allo scoperto, senza più segreti?
-Quello che si è fatto con gli ipotetici computers di Reyes è una rozza manipolazione propagandistica dei governi di Colombia e Stati Uniti: come cortina di fumo o per aumentare punti in qualche inchiesta, o per diffondere sospetti su qualche paese vicino ogni volta che lo ritengono opportuno. La rettitudine di molte figure politiche è stata esposta allo scherno e alla lapidazione. Niente è stato detto di serio in merito ai computers.
-La corrispondenza tra i due comandi trovata su questi computers indicano che le FARC svolgevano un negozio nel mercato del narcotraffico, delle armi e investimenti con il Venezuela.
-I computers che apparentemente hanno trovato contengono quello che il governo di Bogotà e Washington vogliono che contengano. Li hanno trasformanti in una sorta di lampada di Aladino alla quale ricorrono se hanno bisogno di una scusa o di una giustificazione.
-Quale è stato il contributo economico reale delle FARC alla campagna di Rafael Correa?
-Non abbiamo consegnato né armi né denaro a governi o organizzazioni di altri paesi, dato che ciò che abbiamo basta appena alla nostra causa. Perchè dovremmo contribuire alla campagna di [...] Rafael Correa che non conosciamo nemmeno?
-Come sono finiti nelle mani delle FARC dei lanciarazzi che la Svezia aveva venduto al Venezuela e che l’esercito colombiano ha sequestrato nell’ottobre del 2008?
-Uribe è ricorso al terrore mediatico per insinuare che il governo venezuelano ci ha fornito dei lanciarazzi che in realtà abbiamo preso molto tempo fa in un confronto militare sulla frontiera. Né i popoli né i governi del mondo sono così stupidi come pensano al Pentagono e alla Casa del Nariño. Semplicemente si tratta di preparare le condizioni per giustificare la consegna della sovranità nazionale della Colombia a Washington, dando la colpa all’insostenibile lotta con le FARC.
-L’offensiva del governo di Uribe lo ha obbligato a ritirarsi, questo non lo può  negare.
-La realtà è che abbiamo affrontato la più grande offensiva controrivoluzionaria mai scoppiata in Latinoamerica, che solo con il denaro del Piano Colombia ha ricevuto da Washington 10000 milioni di dollari di aiuto, con una forza pubblica compromessa nella guerra vicina ai 500000 uomini e un preventivo annuale di 8000 milioni di dollari. Questa è la realtà, ciò che è concreto. Se le FARC fossero in crisi il presidente non
avrebbe invitato i “gringos” ad invaderci. Non lo considererebbe necessario.
-Che cosa ha significato per la dirigenza (Secretariado) l’Operazione Jaque [che ha permesso la liberazione di Ingrid Betancourt]?
-Un fatto di guerra come tanti altri e di particolare impatto. Un colpo di mano possibile grazie al tradimento e alla direzione degli Stati Uniti e agli israeliani che hanno partecipato alla pianificazione, all’esecuzione e all’utilizzazione politica del colpo. Lo assimiliamo comunque come un qualcosa che non pregiudica né la strategia né gli allineamenti delle FARC.
-C’è una possibilità di negoziazione o dialogo con il governo di Uribe?
- Un’uscita civile dal conflitto non può dipendere dalla volontà di una persona, per quanto potente sia.
Cosicché indipendentemente da chi occupi la presidenza, persisteremo nel cercare una soluzione politica al conflitto.
-Perché continuare con la guerra?
-Abbiamo sempre pensato che nessuno che ami realmente la patria può desiderare questo destino, e per questo sempre quando è stato possibile abbiamo conversato con i rappresentanti dello Stato, cercando di costruire un accordo che porti alla convivenza. Non è stato possibile ma questo non ci fa desistere dal proposito. Bisogna parlare, dialogare, e questo significa spazio, garanzie, ambiente, grandezza, tolleranza, volontà e decisione.
-C’è qualche tipo di contatto con il governo?
-Nessuno.
-Cosa significherebbe una possibile collaborazione di Uribe riguardo ad una negoziazione?
-L’importante sono la concezione politica e gli interessi che rappresenta la persona che assumerà la carica di presidente nel futuro. Se le sue convinzioni sono innondate di violenza, guerra, vendetta e autoritarismo, il confronto continuerà e sicuramente raggiungerà nuovi livelli.
Se esiste una visione democratica, civile, patriottica e realista, il panorama che si prospetta sarà più distensivo.

 


 

Ultimo aggiornamento Martedì 24 Novembre 2009 01:24
 

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