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La Turchia entrerà in Europa dall’Asia! PDF Stampa E-mail
Scritto da Ermanno Visintainer   
Domenica 10 Maggio 2009 15:08

Da un bilancio sommario fra le reazioni politiche interne della Turchia ai pregiudizievoli fatti di Davos, il conseguente temporaneo isolamento da parte di Europa e Stati Uniti e la politica estera perseguita negli ultimi anni, Abdülhamit Bilici, editorialista di Zaman, giunge alla conclusione che questo piccolo “errore di percorso” di Ankara non riuscirà a scalzare il paese dalla sua ormai consolidata posizione di mediatore regionale.


La presa di posizione della Turchia contro Israele, durante la crisi di Gaza, ha costituito un passo alquanto azzardato per il paese. Il riflesso islamista di quest’azione e l’appoggio di Ankara ad Hamas, ha determinato sia la perdita del suo ruolo di mediatore nella regione che quello di stima agli occhi dell’Occidente.

Del resto non è difficile trovare l’evidenza di questo avvicinamento. L’epilogo di aver seguito questa politica, per la Turchia che si considerava un protagonista irrinunciabile della regione, è stato quello di non poter entrare nel programma di visite previsto dal rappresentante di Obama in Medio Oriente, George Mitchell. Dopo i fatti di Davos la funzione della Turchia è venuta quasi completamente ad esaurirsi. Soltanto che il processo, non si è evoluto come si aspettavano gli assertori, sia interni che esterni, di questa convinzione, poiché Mitchell, sebbene non per molto, ad Ankara si è anche visto. Tuttavia relazioni di più alto livello sono ancora precluse alla Turchia.

In precedenza Obama aveva speso parole d’encomio sia nei confronti del premier Erdoğan che del presidente Gül. Sabato è giunto il Ministro Statunitense degli Esteri, Hillary Clinton, la quale sovente ha parlato del ruolo della Turchia di “Leader Globale”. D’altra parte anche il presidente degli Stati Uniti, Obama, ha fatto sapere che per un breve periodo verrà nel nostro paese.

Questa è la ragione principale di quanto commettano un errore i sostenitori della summenzionata analisi, in quanto il livore da loro percepito nei confronti del governo, detentore di un’identità religiosa, non permette loro di fare un’analisi obiettiva. La seconda ragione invece è che essi confondono i fatti con i propri scenari politici.

Iniziamo pure dal principio: Se per un attimo essi provassero a disidentificarsi dai loro risentimenti, noterebbero che da un punto di vista di politica esterna, la Turchia ha recentemente sottoscritto un’apertura di portata storica sia con l’Occidente che con l’Oriente. E nonostante che i governi fino ad ora saliti al potere fossero ostentatamente legati alla modernità, il processo dei negoziati condotti dalla Turchia con l’Unione Europea, che ne costituiscono uno dei passi più concreti, è iniziato proprio durante la fase di questo governo, accusato di possedere programmi cripto-islamici. Ma la Turchia andando verso Occidente ha forse dimenticato l’Oriente?

Per la prima volta in quest’epoca la Turchia ha assunto elettivamente il ruolo di segretariato generale dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (Rappresentante 57 paesi del Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e del Subcontinente indiano), la cui durata della carica è stata prolungata tramite accordo degli stessi membri nonché per mezzo dell’influenza dello studioso Ekmeleddin İhsanoğlu. Essa è entrata in contatto per la prima volta con la Lega Araba, diventando partner strategico dell’Unione Africana. Si sono rafforzate sia le relazioni con il mondo turco che con la Russia. Grazie a questi sforzi la Turchia, assicurandosi l’appoggio dell’ottanta percento delle nazioni era stata scelta, con una votazione da record, presso le Nazioni Unite alla partnership con il Consiglio di Sicurezza.

La seconda ragione che confuta l’analisi di questi ambienti è molto evidente: ripetendo continuamente che il partito AK (Adalet ve Kalkınma Partisi, abbreviato AK Parti, Partito per la giustizia e lo sviluppo, il partito al governo) possieda un’agenda islamica per cambiare gli ambienti sensibili interni ed esterni a favore del governo e amministrare la legittimità di iniziative esterne alla democrazia, gli assidui assertori dell’allontanamento della Turchia dall’Occidente, non comprendono che l’Occidente non potrà separarsi facilmente da questa nuova Turchia.

Le cause di ciò sono due, una positiva e l’altra negativa. La positiva riguarda il fatto che negli ultimi tempi, essa con il suo peso nella regione è divenuta un protagonista estremamente sensibile. Dall’Afghanistan al Darfur, dalla Palestina al Libano, dal Caucaso all’Iraq, da quelle energetiche al terrorismo non c’è questione in cui la Turchia si trovi sbilanciata. Una Turchia che propone e che sviluppa modelli strategici, il cui operato non sfugge a vane polemiche. Nelle controversie sunno-sciite in Iraq, nella crisi Afgano-pakistana. Durante l’attività di Hamas-Al Fatah in Libano, nel periodo del conflitto tra Siria e Israele. Insomma una nazione modello per altre identità musulmane che si conciliano con la democrazia. E non è facile sia per l’Europa che per l’America escludere una nazione come questa.

Per quanto riguarda gli aspetti negativi, soprattutto da un punto di vista occidentale l’esclusione della Turchia pone in primo piano la questione dei sui costi e della sua sostituzione. In Europa perfino fra i ministri più gelidi nei suoi confronti, come la Merkel, consapevole di questa verità, in un forum tenuto a Berlino ha avuto modo di dichiarare: “Qualunque sia la decisione finale riguardo alla Turchia, questo paese deve unirsi all’Europa il più presto possibile.” Una motivazione simile traspare anche da documenti statunitensi, in cui, per quanto la questione del partenariato completo possa essere discussa con qualche margine di ambiguità, essa è altresì espressa molto nettamente: la Turchia deve assolutamente ancorarsi all’Europa. E da questo punto di vista nel Documento Costitutivo dei Negoziati un’espressione molto importante è la seguente: “Nel caso in cui si assumeranno completamente le incombenze di partenariato della Turchia, sarà necessario provvedere a stringerla con relazioni più strette possibili all’instabile istituzione europea”.

Per concludere, ogni passo che la Turchia compie verso Est per sfuggire all’angoscia di separarsi dall’Occidente è fuori luogo. Per converso quanto più aumenterà la sua influenza verso Est, l’Occidente riconoscerà il suo valore. In un tale paese verrà anche il Papa; la Regina Elisabetta, il Monarca Saudita ed anche Obama. Chissà, forse entreremo in Europa dall’Asia…

Di Abdülhamit Bilici, editorialista di Zaman, 11 Marzo 2009
Titolo originale: Türkiye Avrupa'ya Asya'dan girecek!
http://www.el-aziz.com/koseyazisi.php?id=238
Traduzione: Ermanno Visintainer

 

Ultimo aggiornamento Martedì 03 Novembre 2009 13:34
 

Il Grigiocrate

Notizie flash

Autore: Pietrangelo Buttafuoco
Fonte: Panorama

Quello del colonnello Gheddafi è un omicidio, bisogna avere il coraggio di chiamarlo con il suo nome. E non siamo all’altezza di questo nemico perché ci manca il coraggio di dichiararci assassini.

Non lo siamo stati quando abbiamo lasciato impiccare Saddam Hussein. Ancora qualche minuto prima gli americani ci facevano bisboccia col satrapo irakeno, lo tenevano al guinzaglio come cane da guardia contro la Repubblica islamica d’Iran ma quando hanno deciso di metterlo a morte lo hanno buttato nel cesso del male assoluto senza tenere conto del contrappasso: Saddam, infatti, gli si è rivelato in dignità e onore davanti al cappio e non siamo stati degni di quell’amico diventato per puro interesse un nemico, perché siamo rimasti a guardarcelo appeso, lasciandogli appesa, sul bavero del suo cappotto, tutta la nostra vergogna. Non uno schianto, non una lagna. Messo a morte senza concedere un lamento, così Saddam.

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