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La guerra tra valute è appena iniziata PDF Stampa E-mail
Scritto da Daniele Lazzeri   
Sabato 01 Gennaio 2011 12:47

Il recente summit del Fondo Monetario Internazionale è naufragato sull’annosa questione valutaria.

I partecipanti all’incontro dell’Fmi, infatti, hanno perso tempo prezioso in vane e campanilistiche discussioni di natura “istituzionale”, invece di affrontare i rischi sistemici derivanti dagli squilibri monetari globali. In particolare, la contesa ha riguardato il crescente peso dei Paesi Emergenti negli scambi commerciali e la loro sottorappresentazione nelle organizzazioni internazionali. Un fronte comune, sostenuto dai Paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) che non è più disponibile ad accettare i diktat provenienti da Washington, sede del Fondo Monetario Internazionale. “I Paesi Bric – ha sostenuto il ministro delle Finanze russo, Dmitry Pankin – opporranno una forte resistenza ai tentativi di profonda revisione dei sistemi di controllo dei cambi, che dovessero emergere nel corso del meeting annuale di Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale”.

Il vertice, tenutosi nel fine settimana scorso e destinato a trovare una soluzione al rischio di eccessive fluttuazioni nei tassi di cambio delle valute, si è concluso con un sostanziale nulla di fatto. Tutti gli attori principali sullo scacchiere finanziario internazionale, infatti, sono rimasti sulle proprie posizioni. “Le quattro nuove potenze economiche – ha proseguito Pankin – sono d’accordo nel ritenere che i tassi di cambio in sé non sono un problema ma, piuttosto, rappresentano la conseguenza di processi più ampi, come il clima economico o la tendenza a risparmiare e a investire”. Affermazioni che si sposano con le dichiarazioni del Ministro per l’Economia italiano, Giulio Tremonti, che si guarda bene dal criticare la Cina per la sua politica di svalutazione dello yuan-renminbi, addossando le responsabilità dell’attuale situazione agli agenti che hanno promosso negli anni Novanta una globalizzazione selvaggia e senza regole.

Ad addossare la colpa dell’attuale situazione economica alla Cina, era stato nei giorni scorsi il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti d’America, Timothy Geithner che, a proposito delle svalutazioni competitive dei cambi, aveva sostenuto che le grandi economie che mantengono forzatamente deboli le proprie monete, rischiano causare un incremento dell’inflazione, creando nuove bolle speculative e rallentando la crescita.

In Europa, l’eccessivo rafforzamento dell’Euro causa, inevitabilmente, una riduzione della competitività dei prezzi delle merci nei confronti dell’estero, generando una sensibile diminuzioni delle esportazioni. L’equilibrio che si deve trovare è tra una moneta forte e stabile, che consenta, allo stesso tempo, di garantire continuità all’attività delle imprese che operano nel settore dell’export.

La politica delle imposizioni unilaterali è finita. I richiami dell’Amministrazione Obama al primo ministro cinese, Wen Jiabao, così come le richieste del Direttore dell’Fmi, Dominique Strass-Kahn, affinché Pechino acceleri il processo di rivalutazione dello yuan, sono cadute nel vuoto. Si rischia di tornare alla minaccia di nuovi dazi doganali o all’istituzione di imposte all’ingresso di capitali, per arginare gli squilibri globali.
Dunque, l’attenzione degli operatori internazionali si sposta a Seul dove, l’11 e il 12 novembre avrà luogo l’atteso incontro del G20. Sarà questa l’occasione per affrontare, in termini collaborativi, i problemi valutari se si vuole evitare una guerra senza quartiere. L’ora della cooperazione è giunta.

 

Il Grigiocrate

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Nel comunicato finale della Conferencia Mundial de Educación Superior 2009, tenuta a Parigi dall’UNESCO dal 5 all’8 Luglio 2009, che riprende l’art 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, si afferma come principio fondamentale che l’educazione, inferiore, superiore ed universitaria, è un bene pubblico.


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